L'emozione arriva improvvisa.
Sono a Belem, il Rio delle Amazzoni poco più avanti finisce la sua maestosa corsa sudamericana
per tuffarsi nel mare aperto: un mare nel mare il Rio Amazonas, fa impressione a vederlo dalla banchina,
largo che devi strizzare gli occhi per riuscire a scorgere l'altra sponda laggiù. Ma a Belem in questi giorni
c'è anche un altro fiume,È un fiume che sbatte, prega, piange, canta e suda. Io sono una goccia in mezzo
a quel mare e non ho nessuna possibilità di controllo, entro ed esco continuamente dai mille vortici umani
che s'avviluppano, si disperdono, si riannodano e si sciolgono senza una logica,
impossibile sapere dove finirò dopo questa spinta che proprio adesso mi sta portando chissà dove.
L'emozione arriva con la consapevolezza fisica che per me fare foto è stare dentro alle situazioni,
senza timori, con un 20mm fisso che diventa un semplice prolungamento delle mie mani e che
ha il solo difetto di non saper restituire gli odori e il calore che sento ora sulla pelle.
Mi lascio andare, fiume nel fiume, le mie lacrime insieme a quelle del popolo in adorazione.
Non sapevo bene cosa aspettarmi prima di raggiungere Dario a Belem, non ci conoscevamo personalmente ma
io conoscevo molti fotografi che avevano studiato con lui, la decisione di raggiungerlo
in Brasile è scattata perchè tutti me ne avevano parlato così bene che non potevo fare altrimenti.
Sono stati 13 giorni di lavoro molto intenso che mi hanno aperto tanti di quei mondi che fatico
ancora a individuarne i confini. Studiare con Dario significa immergersi in un Rio della Amazzoni
di occasioni fotografiche che si rincorrono continuamente: dai diseredati dei quartieri poveri di Belem,
al mercato del pesce, dalle comunità ribeirinhas del Parà a naturalmente il Cirio de Nazaré.
Lavorare tanto e riguardare tutto in modo analitico, dal primo all'ultimo scatto, un lavoro duro ma prezioso
che inevitabilmente finisce per cambiare il tuo modo di vedere. Più profondo, più efficace ma soprattutto più tuo.